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Germoglio n. 3 del Centro di documentazione "Semi sotto la neve"

Da HIROSHIMA all'ITALIA per dire "MAI PIU' URANIO IMPOVERITO"

La Terza Conferenza Internazionale della Coalizione Internazionale per la messa al bando delle armi all’uranio impoverito (ICBUW) si è tenuta a Hiroshima dal 3 al 6 agosto del 2006 cui ha partecipato una piccola delegazione italiana coordinata dal Centro.
26 maggio 2008 - © Stefania Divertito, Hitoshi Shimizu, Naomi Toyoda, Tadatoshi Akiba, Gerry Blaylock, Yukari Saito, (per gentile concessione degli autori)

DA HIROSHIMA ALL'ITALIA PER DIRE "MAI PIU' URANIO IMPOVERITO"

Hiroshima, 3 - 6 agosto 2006

Torino-Genova-Firenze-Modena-Ladispoli, 2 - 7 novembre 2006

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IL NOSTRO VIAGGIO A HIROSHIMA

 

Coalizione Internazionale per la messa al bando delle armi all’uranio impoverito (ICBUW)

 

La Terza Conferenza Internazionale si è tenuta a Hiroshima dal 3 al 6 agosto del 2006 ed è stata finanziata da più di seicento donatori individuali e da settanta gruppi, incluso Il Centro di documentazione “Semi sotto la neve”. Hanno preso parte all’evento più di mille partecipanti, di cui più di quaranta persone da dodici diversi Paesi e altre da tutto il Giappone. La decisione di farla proprio a Hiroshima non fu casuale, perché, sebbene le armi nucleari e l’uranio impoverito siano due cose fondamentalmente diverse, entrambe portano alla contaminazione nucleare e all’esposizione alle radiazioni.

Gli attivisti giapponesi provenienti dai gruppi contro l’uranio impoverito, il nucleare e la guerra, quelli della protezione ambientale, dei diritti umani e del sostegno delle vittime, si sono uniti ai gruppi internazionali. Ci sono state più di cinquanta diverse presentazioni, che hanno trattato questioni importanti, favorendo un’ampia condivisione di informazioni.

 

Il gruppo italiano

 

Il Centro di documentazione su sollecitazione da parte dell'Osservatorio militare ha organizzato e coordinato la partecipazione di un gruppo italiano di cui hanno fatto parte Filippo Montaperto (Osservatorio Militare), Antonietta Gatti e Stefano Montanari (scienziati – nanopatologia), Stefania Divertito (giornalista). Si sono incontrati a Hiroshima con Francesco Iannuzzelli (ICBUW e Peacelink) proveniente dall'Inghilterra.

Filippo Montaperto e Stefania Divertito hanno descritto l’improvviso aumento di tumori tra i veterani italiani di ritorno dai Balcani. Antonietta Gatti e Stefano Montanari hanno presentato i risultati della loro ricerca sulla base dei casi di malattie tra i reduci italiani.

 

I resoconti presentati dagli altri scienziati, dottori, veterani, operatori delle ONG e membri dell’ICBUW

Il signor Khajak Vartanian, da Basra, è uno specialista nella misurazione del livello di propagazione delle radiazioni nell’ambiente, e ha creato la mappa dei siti prossimi alle aree urbane contaminati, mostrando che gli abitanti del posto continuano a essere esposti all’inquinamento militare dovuto all’uranio impoverito.

Il dottor Jawad Al-Ali, Direttore del Centro per la cura del cancro presso l’Ospedale Didattico di Basra, ha presentato i suoi ultimi dati mostrando una crescita rispetto agli ultimi otto anni nell’aumento del tasso d’incidenza dal 44.7 al 61.5 su 100,000 casi. Questo, ha suggerito, potrebbe essere imputato a una grave distruzione dell’ambiente, cui contribuisce l’inquinamento dell’uranio impoverito.

I veterani statunitensi, inglesi ed europei che sono stati nel Golfo, in Afghanistan e in Iraq, hanno descritto le conseguenze per la salute subite al rientro dalle missioni. I loro racconti avevano tutti in comune episodi di smentite, insabbiamenti e mancanza di interesse tra quei militari che li avevano abbandonati lasciandoli a combattere, anche in tribunale, per il riconoscimento della loro malattia, per ottenere analisi cliniche specifiche e un indennizzo.

Membri del ICBUW, attivisti e giornalisti da tutto il mondo, inclusi la Corea del Sud, l’Australia, il Giappone e il New Mexico, hanno descritto gli sviluppi delle loro campagne contro l’uranio impoverito. Anche le associazioni non governative giapponesi, che avevano lavorato per sostenere la popolazione irachena, hanno esposto il loro rapporto.
Alla conferenza hanno partecipato scienziati di discipline e formazioni diverse. Ciascuno di loro ha affermato, servendosi dei dati delle proprie ricerche, che l’uranio impoverito è chimicamente tossico e radioattivo, e che l’esposizione interna agli aerosol di uranio impoverito rappresenta un rischio pubblico e per la salute ambientale.

 

La Campagna Internazionale

Lo scopo è molto più ampio rispetto a quello della semplice messa al bando delle armi, che restano comunque illegali sotto il profilo delle leggi umanitarie internazionali, dei diritti umani e dell’ambiente. Essa mira a bandire la produzione, il trasporto, l’accumulo, la sperimentazione e il commercio di armi all’uranio e a dare un aiuto e un indennizzo alle vittime.

[tratto dal sito dell' ICBUW]
Per ulteriori informazioni:
http://www.nodu-hiroshima.org/en/
www.bandepleteduranium.org

 

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URANIO IMPOVERITO, UN NEMICO DAI MILLE VOLTI

di Stefania Divertito

 

Non è più di moda parlare di uranio impoverito in Italia. Lo fanno pochi giornali, guardati con sufficienza, se non indifferenza, dai grandi media. Ma nel silenzio generale le vite continuano a scorrere, e purtroppo a finire. La politica fa qualche timido, spesso contraddittorio passo in avanti, il mondo della scienza si confronta, discute, dibatte.

 

I numeri

Sono più di 50 al momento le vittime della cosiddetta sindrome dei Balcani: con questo nome sono indicate quelle malattie – per la maggior parte tumorali – contratte dai militari italiani al rientro dalle missioni di pace internazionali. Si tratta di giovani soldati – soprattutto del Sud – che sono stati in Bosnia e in Kosovo, e poi anche in Afghanistan, Iraq e infine in Libano. Ma come vedremo i numeri sono ancora decisamente parziali.

I malati di linfoma di Hodgkin, leucemia e tumori emolinfatici sono più di 350, ma è difficile stimarne il numero esatto perché spesso le famiglie tacciono, incalzate dai superiori in comando, oppure le sfere militari sono restie a fornire una esatta casistica dei malati.

I dati in nostro possesso arrivano dal lavoro laborioso e certosino di due associazioni: l’osservatorio militare, con il maresciallo Domenico Leggiero e l’avvocato Angelo Fiore Tartaglia per la parte legale, e l’Anavafaf, associazione dell’ex ammiraglio Falco Accame che si occupa delle vittime delle forze armate. Il database del ministero della Difesa è ancora imperfetto, a causa della mancata informatizzazione dei distretti militari.

 

Sette anni di battaglie

L’Italia si accorse della vicenda uranio impoverito verso la seconda metà del 2000, ma tra i militari le storie di colleghi malati di questa sindrome misteriosa si rincorrevano già da tempo.

A far sentire la sua voce fin nelle più alte sfere militari, bucando per la prima volta il muro di distrazione dell’opinione pubblica, fu una mamma sarda: Giuseppina Vacca, che nel settembre 1999 aveva perso suo figlio Salvatore, stroncato da un tumore quasi fulminante. Salvatore, “Tore” per gli amici, era rientrato dai Balcani e quasi non si era ripreso più.

Giuseppina vive a Cagliari e la sua casa è diventata il quartier generale di una battaglia che non ha confine. Leggendo sui giornali, su internet, nel 1999 scoprì che la morte di suo figlio poteva avere delle responsabilità precise, che forse la colpa non era del destino ma di quel “metallo del disonore” che, secondo i giornali statunitensi, era responsabile di molte vittime nell’esercito americano.

Fu così che cominciò il tam tam.

A settembre 2000, esattamente un anno dopo la morte del ragazzo, Giuseppina aveva raccolto molti casi simili al suo, e la stampa cominciò ad interessarsi della vicenda uranio impoverito.

Leggiero e Accame avevano già un database numeroso di soldati malati. Molti giovani sono diventati testimoni, con la loro malattia, dell’indifferenza della politica. Mentre il Ministro della Difesa di allora, Sergio Mattarella, sosteneva che in Bosnia non era stato utilizzato uranio impoverito, Andrea Antonaci, nato nella piccola cittadina di Martano, in provincia di Lecce, in Puglia, si ammalava e velocemente il calendario dei suoi giorni volgeva al termine. Fu intervistato in televisione, e raccontò di essere stato in Bosnia e poco dopo di aver cominciato a stare male. A dicembre del 2000 Andrea cessò di vivere e qualche giorno dopo il ministro dovette ammettere di essersi sbagliato. L’uranio in Bosnia era stato utilizzato, solo che la Nato, che pure aveva utilizzato la base militare di Aviano, non aveva informato adeguatamente l’Italia. Neanche mezz’ora dopo arrivò la smentita dell’Alleanza Atlantica, da Bruxelles. L’Italia aveva sempre saputo, come ogni paese alleato, dell’uso di Du.

Ecco, da questo momento in poi la vicenda non è stata più di pertinenza solo dei soldati, delle loro famiglie, dei volontari, ma anche del mondo politico, che si è sempre contraddistinto per un andamento ambiguo e ambivalente, che non ha affatto aiutato ad affermare la giustizia. Anzi.

Nel gennaio 2001 il governo nominò una commissione medico scientifica
che avrebbe dovuto ricercare il nesso causa effetto tra le malattie e l’uso di uranio impoverito. A presiederla, c’era l’illustre ematologo Franco Mandelli, per molti un nome che avrebbe garantito serietà. Ma non fu sufficiente.

La commissione prima sbagliò il modello statistico usato per l’indagine epidemiologica, poi corresse il tiro, infine un anno e mezzo più tardi produsse una terza relazione finale non certo esaustiva. Per stessa ammissione del professore e fisico Martino Grandolfo, membro della commissione nonché braccio destro di Mandelli, ci furono alcuni limiti oggettivi che hanno inficiato il risultato finale.

Uno su tutti, l’aver ottenuto i numeri della ricerca dallo stesso Stato Maggiore della Difesa, senza alcuna possibilità di controllarli: è capitato così che militari transitati due volte per i Balcani venivano conteggiati in entrambi i casi, e l’intera ricerca perse valore, anche se ancora oggi in Italia c’è chi fa capo a essa per sostenere la non pericolosità dell’uranio. In realtà però la commissione concluse che esisteva un eccesso statisticamente rilevante dei casi di linfomi di Hodgkin ma che non poteva essere stabilito il nesso con l’uranio perché la letteratura di riferimento in possesso risaliva a Hiroshima e Nagasaki e quindi a una situazione di irraggiamento esterno. L’uranio, invece, una volta inalato o ingerito pone in azione il suo potenziale distruttivo dall’interno dell’organismo. Quindi sarebbero stati necessari ulteriori studi.

Nel frattempo la politica dibatteva: l’Italia sapeva o non sapeva dell’uso di questo metallo in guerra? L’uranio è pericoloso? Sì, no, forse. Sono questi i mesi delle dichiarazioni più contraddittorie: lette una dietro l’altra, dal 2001 al 2004, si ha la netta sensazione di un paese impazzito, dove venivano interpellati specialisti di ogni tipo, esperti a vario titolo, che dicevano tutto e il contrario di tutto.

 

I documenti

In quel periodo emersero anche i primi documenti importanti: circolari interne, atti ufficiali provenienti dal Pentagono o dai laboratori militari statunitensi. Tutti testimoniavano l’esistenza di studi di matrice militare sull’uranio risalenti almeno agli anni ‘80. Fin da allora gli scienziati avevano rilevato il potenziale letale di questo materiale eppure nessuno ne ha mai bandito l’uso.
Uno dei primi (e unici) tentativi per una moratoria internazionale arriva dall’Italia.
L’iniziativa fu protocollata in sede Ue, presentata a Ginevra ma non ha portato mai a risultati concreti.

Oramai però la gran parte del Paese conosceva la Sindrome dei Balcani. E molti giovani soldati da quel momento in poi hanno trovato il coraggio di uscire allo scoperto.

 

Luca Sepe e gli altri

Luca Sepe è il nome di un ragazzo diventato eroe suo malgrado.

Luca era stato in Bosnia, si era ammalato di linfoma di Hodgkin e per 4 anni ha combattuto contro la malattia diventata via via sempre più aggressiva, finchè è morto, nel luglio 2004. Luca era nato a Cardito, nella provincia povera di Napoli, una zona dove trovare lavoro equivale a vincere la lotteria. Per questo, e anche perché gli piaceva l’idea di sentirsi utile, Luca si arruolò, e partì come militare per i Balcani. Alto e dinoccolato, dal naso aquilino, la dentatura un po’ asimmetrica che conferiva simpatia al suo sorriso generoso, Luca si appassionò al lavoro e a quelle terre. Raccontava di aver incontrato tante persone, di aver imparato ad amare i bosniaci e di aver visto con i propri occhi quanto possa essere distruttiva una guerra.

Non aveva mai sentito parlare di uranio impoverito, Luca. Né prima di partire, né durante la missione. Aveva imparato al ritorno, sulla propria pelle, cosa significa ingerire le minuscole particelle di metalli pesanti.

Era sempre disponibile con i cronisti. A qualsiasi ora del giorno lo si chiamasse rispondeva con gentilezza a tutte le domande. Era impossibile non essergli amico. Voleva la verità. “Voglio capire perché mi sono ammalato, se c’è qualcuno che con leggerezza ha affrontato tutto questo, lasciando che decine di giovani si ammalassero, vorrei che questa persona pagasse la sua irresponsabilità”. Sono state le ultime volontà di Luca, morto a 27 anni all’ospedale Cardarelli di Napoli.

Luca conosceva la storia di un altro soldato che come lui aveva affrontato la missione nei Balcani e come lui adesso combatteva contro la malattia. Valery Melis, della provincia di Cagliari, gran tifoso della locale squadra di calcio, è stato un beniamino per tutti gli amici che non lo hanno lasciato solo neanche per un momento. Valery aveva poco più di vent’anni quando si è ammalato di una forma aggressiva di cancro che mese dopo mese non gli ha lasciato scampo. Nell’ultima intervista, dal suo letto al centro oncologico di Milano, il ragazzo chiedeva perché l’esercito lo avesse abbandonato: infatti nessun risarcimento è arrivato alla sua famiglia o alle altre delle vittime della sindrome dei Balcani.

 

Le nanoparticelle

Dal punto di vista scientifico la prima importante novità è arrivata in Italia nel 2003 grazie al lavoro della dottoressa Antonietta Gatti, fisico chimico dell’università di Modena. Utilizzando il suo microscopio a scansione elettronica la dottoressa, a capo di un progetto di ricerca europeo, ha trovato nei tessuti bioptici e nello sperma di molti soldati malati nanoparticelle di metalli pesanti e di leghe chimiche del tutto nuove. Si tratta di particelle talmente piccole, inferiori alle polveri sottili, che riescono a oltrepassare le barriere difensive del corpo e quelle immunitarie e attraverso il sangue possono arrivare in ogni parte dell’organismo. Silicio, stronzio, carbonio, zinco, porcellane varie, sono solo alcuni degli elementi endogeni riscontrati nel corpo d Luca, Valery, e di molti altri.

Secondo gli studi sperimentali della dottoressa, che oramai sono accreditati a livello internazionale, queste nanoparticelle dalla forma perfettamente sferica si formano in prossimità di un’esplosione violentissima, capace di generare temperature elevate, superiori ai 2000 gradi. E in guerra è proprio questo che accade con l’esplosione di proiettili a uranio impoverito.

Non solo, ma la dottoressa Gatti ha trovato le stesse nanoparticelle sferiche nei contadini ammalati che vivono in Sardegna, a ridosso dei poligoni di tiro sperimentali, e nel bestiame nato con gravi malformazioni genetiche.

 

La questione sarda

La Sardegna è un’isola situata nel cuore del Mediterraneo che da sempre è stata occupata militarmente dalle forze Nato. Il poligono di Perdasdefogu, nel cagliaritano, è il più grande d’Italia e d’Europa. Si estende per 11.600 ettari nell’entroterra e 1.100 sulla costa, per una lunghezza di circa 10 chilometri. Le due aree del demanio militare sono collegate da una fascia di 3.500 ettari sottoposta a servitù militare che ingloba la frazione di Quirra, comune di Villaputzu. La servitù comporta anche l’evacuazione della popolazione in coincidenza di alcune manovre. Alla militarizzazione di uno sterminato tratto di mare (più di 23mila chilometri quadrati) corrisponde quella dello spazio aereo. Qui in Sardegna, alle vittime della sindrome dei Balcani si uniscono quelle della Sindrome di Quirra e sull’isola se ne parla almeno dal 2001. Il sindaco di una delle cittadine più colpite, Villaputzu, era anche un medico, e per questo notò l’aumento di casi di tumore in un luogo senza industrie né fonti ufficiali di inquinamento. Con un lavoro lento e meticoloso i numeri sono venuti in superficie: in 20 anni su circa 150 residenti, più una cinquantina di lavoratori, 32 decessi sono dovuti a tumori, 10 dei quali causati a patologie del sistema linfatico. La sindrome ha colpito anche 17 militari che hanno lavorato al Poligono. In una cittadina chiamata Escalaplano, 2.600 residenti, 14 bambini sono nati con malformazioni genetiche. A raccogliere i dati di questa vicenda e ad essere l’anima della protesta che infiamma i contadini e i pescatori sardi, c’è una donna, Mariella Cao, conosciuta in tutta l’isola.

Mariella monitora i casi di malattie, la lista dei morti, ma cerca anche di portare l’attenzione sulla Sardegna, che sembra interessare i politici solo in estate dato che è una delle principali ed esclusive mete estive. Invece questo paradiso naturale ha anche un altro volto, che non compare nei depliant delle agenzie di viaggio ma che fa vivere con il fiato sospeso migliaia di persone.
Ufficialmente l’uranio impoverito non è mai stato impiegato nel poligono. Ma intere sezioni di questo sterminato territorio sono affittate a industriali privati, per la maggior parte fabbricanti di armi che nel corso degli ultimi decenni hanno sperimentato proprio qui le novità missilistiche e tecnologiche.

Bisogna considerare che sul piatto della bilancia c’è una questione di opportunità politica e di responsabilità che, se dovessero emergere, farebbero finire sul banco degli imputati più di un gerarca militare.

Infatti il nucleo Nbc, il nucleo batteriologico chimico dell’esercito (quel ramo specializzato che affronta il rischio batteriologico e chimico) già dal novembre 1999 aveva realizzato un manuale, inviato alle nostre truppe in Kosovo, nel quale si analizzavano i rischi dell’uranio impoverito e gli strumenti di prevenzione da utilizzare per far fronte all’inquinamento radioattivo e chimico. Ma non basta. Prima ancora, gli Stati Uniti avevano realizzato un altro studio che metteva in evidenza la pericolosità dell’uranio secondo studi dei laboratori militari. Insomma, è davvero difficile credere che gli Stati Maggiori non ne sapessero nulla.

 

L’aspetto legale

L’avvocato Angelo Tartaglia da anni sta seguendo tutta la vicenda e ha una teoria ben precisa: “Chi ha mandato in missione questi ragazzi senza prevedere alcuna forma di precauzione, ha la stessa responsabilità penale del datore di lavoro. Se un operaio cade da un’impalcatura e muore perché era senza elmetto, esiste una precisa colpa del titolare del cantiere. Allo stesso modo è colpevole chi all’epoca ha deciso di inviare i soldati, senza precauzioni, pur sapendo che c’erano pericoli relativi all’uranio impoverito”.

Con questo teorema giuridico, l’avvocato sta patrocinando le cause di circa 40 famiglie. Il primo processo ad essere stato messo in calendario dalla procura di Roma è quello di Andrea Antonaci. Ma durante l’udienza l’avvocatura dello Stato (quindi i legali che rappresentano il governo) hanno sostenuto che la responsabilità – laddove esistesse – non è della Difesa, ma del Parlamento che, pur essendo a conoscenza del risicato budget a disposizione, ha autorizzato la missione nei Balcani facendo sì che non ci fossero mascherine e guanti per tutti. Le cause sono ancora tutti in piedi, e i prossimi mesi saranno cruciali.

 

La commissione d’inchiesta

Dopo la morte di Luca Sepe, nel luglio 2004, il Senato italiano ha votato l’istituzione di una commissione d’inchiesta, che ha i poteri propri della magistratura, e che avrebbe dovuto trovare il nesso causa effetto tra l’uranio e le malattie dei soldati. La commissione è stata istituita nel novembre 2004, ha cominciato a lavorare effettivamente nel marzo 2005 e ha concluso il mandato l’anno successivo. A marzo 2006 ha prodotto la relazione conclusiva, nella quale, di fatto, non venivano risolti i principali dubbi del mondo scientifico anche se, finalmente, veniva ufficialmente minata alla base la credibilità del lavoro della commissione Mandelli, riconoscendone i limiti, e si accreditava definitivamente la teoria della Gatti, considerando la presenza di nanoparticelle nell’organismo dei militari ammalati e deceduti come una delle possibili cause dell’insorgenza del tumore, e invitando a nuovi e indispensabili studi e approfondimenti.

La commissione d’inchiesta ha compiuto anche un’ispezione nel poligono sardo di Perdasdefogu. Ovviamente non ha trovato traccia dell’uranio impoverito (“Saranno mica cani da uranio?”, commentò scherzosamente Mariella Cao), ma stabilì un dato sconcertante: le industrie belliche che di volta in volta affittano porzioni dell’immenso poligono non lasciano traccia delle loro sperimentazioni. Non è dato sapere cosa sia accaduto in quella terra che sovrasta il cagliaritano. L’unico documento prodotto è un’autocertificazione con la quale le stesse industrie delle armi assicurano di non compiere esperimenti dannosi per la popolazione. Ma chi controlla che ciò sia vero? Nessuno.

I commissari nella relazione finale hanno denunciato questa anomalia, cioè la mancanza di sovranità su una porzione di territorio italiano.

La relazione conclusiva della commissione è stata criticata da molti, soprattutto dalle due associazioni che si occupano della vicenda. Chi si aspettava che si facesse definitivamente luce sulla storia dell’uranio impoverito è rimasto deluso.

Ma un merito deve essere riconosciuto ai 20 senatori che, partendo da diversi punti di vista, hanno trovato almeno un accordo di massima: per la prima volta nella recente storia italiana è stato posto l’accento su questa vicenda in modo autorevole, e inoltre nel documento si sottolinea la necessità di proseguire negli studi.

(Il discorso presentato alla terza conferenza internazionale dell'ICBUW di Hiroshima, 4 agosto 2006)

 

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2006/07, DODICI MESI DI BATTAGLIE

 

Quello che è accaduto con la legge finanziaria del 2006 è significativo per capire l’atteggiamento del mondo politico nei confronti della Sindrome dei Balcani.

L’anno scorso, a novembre, era stato inserito in Finanziaria un emendamento per stanziare 10 milioni di euro per le “vittime dell’uranio impoverito”. Si usava proprio questa espressione, mentre i vertici del governo ancora non riconoscevano il legame causa effetto tra l’uso di uranio impoverito in guerra e le malattie.

Ebbene, dopo che la notizia è uscita sul quotidiano Metro, l’emendamento è stato cancellato. Il senatore diessino Lorenzo Forcieri, autore del testo, ha assicurato che l’avrebbe reintrodotto. E in effetti l’ha fatto. Ma proprio un’ora prima del voto definitivo ecco che le parole “uranio impoverito” sono scomparse. Lo stesso senatore ha ammesso di non aver capito chi possa averle cancellate dal testo.

Di fatto, i soldi per le vittime dell’uranio impoverito sono finiti a tutte le vittime delle forze armate, da chi si è slogato una caviglia a chi è rimasto ucciso in teatro di guerra. Pochi spiccioli per ciascuno, insomma. E il destino dei soldati malati è ancora appeso al riconoscimento della causa di servizio.

L’anno scorso è stata poi nominata una nuova commissione d’inchiesta, presieduta dalla senatrice Lidia Menapace, ma questa nuova gestione è stata più volte criticata: da un lato per il rapporto teso e non sempre collaborativo con i consulenti, dall’altro per le missioni sul territorio giudicate spesso inutili.
Come l’ultima, effettuata a Lecce a fine settembre: la senatrice più altri tre componenti della commissione e un consulente balistico sono andati nella città pugliese per visitare il poligono di Torre Veneri. Si tratta di un poligono militare abbastanza piccolo, dove l’uranio impoverito non è mai stato utilizzato. Per stessa ammissione dei senatori sono state “cercate nuove cause, anche se non ancora note e manifeste nella eziopatologia delle malattie”, come si legge in un documento diffuso dalla commissione al termine del contestato viaggio.

C’è un dato positivo: per la prima volta è stato approntato un sistema di monitoraggio del personale militare che ha effettuato missioni all’estero e che si è ammalato o è morto. Secondo un documento mostrato in televisione, a Striscia la Notizia, dal maresciallo Domenico Leggiero, dell’Osservatorio Militare, i morti, secondo i primi dati della Difesa sarebbero 164 e ben 2.536 i malati. Ma il generale Claudio De Bertolis, responsabile del progetto di monitoraggio per la Difesa, sconfessa quel documento e intervistato da Metro risponde: “Si tratta di dati provvisori e non ancora analizzati a livello centrale. Quella lista non è valida”.

Qualche giorno dopo, il 9 ottobre, il ministro della Difesa Arturo Parisi è stato audito in commissioneal Senato e ha fornito altri dati ufficiali: 37 morti e 255 malati, precisando che i numeri definitivi saranno pronti soltanto dopo ancora un mese.

In realtà i distretti militari non sono ancora del tutto informatizzati e ricostruire le carriera di tutti i soldati si sta rivelando un compito molto arduo. Per questo in molte città mancano ancora le schede compilate.

Ultime novità, infine, sul fronte giudiziario. Finalmente, dopo 5 anni, sono
state calendarizzate alcune cause civili per risarcimento danni patrocinate dallo studio legale dell’avvocato Angelo Tartaglia. Fino ad ora siamo nella fase dibattimentale, ma i prossimi mesi saranno decisivi per ottenere i primi rinvii a giudizio.

 

 

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DA HIROSHIMA IN ITALIA

 

Dai contatti stabilti durante i giorni della conferenza ICBUW è nata l'idea di organizzare la settimana no-DU in Italia con la partecipazione di due documentaristi giapponesi, esperti sul tema: Naomi Toyoda e Hitoshi Shimizu.

Il Centro di documentazione ha finanziato il loro viaggio e coordinato il giro di conferenze e di mostre fotografiche.

Gli incontri sono stati organizzati da
- Centro Studi Sereno Regis di Torino
- Consiglio Circ.ne Valpolcevera, ITC "Ettore Majorana" e associazioni del terriotorio
- PeaceLink
- Comune di Modena Assessorato alla Cultura e Politiche giovanili
- Comune di Ladispoli
- Infinito edizioni

 

2 Novembre alle ore 18.00
Torino (Centro Studi Sereno Regis) con Massimo Zucchetti

 

3 Novembre alle ore 11.45
Genova (Punto Incontro Coop Liguria) con Paola Manduca

3 Novembre alle ore 18.00
Genova (Salone S.M.S. D. Orengo - Pontedecimo) con Valerio Gennaro e Stefania Divertito

 

4 Novembre alle ore 17.00
Firenze (Circolo SMS Rifredi) con Monica Zoppé e Francesco Iannuzzelli

 

5 Novembre alle ore 21.00
Modena (La Tenda) con Muhammed Taerq, Stefania Divertito, Domenico Leggiero,
Filippo Montaperto, Angelo Fiore Tartaglia e famiglia Antonaci

 

7 Novembre alle ore 16.30
Ladispoli (Aula Consiliare) con Stefania Divertito

 

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NASCERE FIGLIO DI UN HIBAKUSHA

di Hitoshi SHIMIZU

 

Mi chiamo Shimizu e lavoro a Tokyo come regista freelance di documentari, principalmente per la TV.

Sono stato in Iraq per sette volte a partire dall’aprile 2002. La seconda volta è stato nel mese di novembre e poi nel dicembre dello stesso anno, quindi nel 2003, nei giorni della guerra, e ancora in giugno e novembre. Infine nel marzo del 2004. Ci sono andato insieme al fotogiornalista Naomi Toyoda per documentare l’uso e l’effetto dei proiettili all’uranio impoverito. Il documentario “Unknown terror of DU” costituisce uno dei risultati del nostro lavoro.

Vorrei raccontarvi perché sono andato a lavorare in Iraq. Ma, per
raccontare la mia storia, non posso fare a meno di parlare di mio padre.

Mio padre è un Hibakusha, ovvero un sopravvissuto all’esplosione atomica. Perciò io sono il figlio di un Hibakusha, un cosiddetto “Hibakusha di seconda generazione”.

La prima bomba atomica fu sganciata su Hiroshima il 6 agosto 1945,
quando mio padre aveva undici anni.

La casa della sua famiglia si trovava a meno di due chilometri di distanza dall’ipocentro, il punto dove scoppiò la bomba. Ma lui, quel lunedì mattina, dopo aver trascorso il fine settimana dai genitori, prese un treno di buonora per andare dai parenti che stavano dieci chilometri a nord, dove era stato sfollato.

Hiroshima, con la sua industria bellica, poteva essere colpita da un momento all’altro da pesanti bombardamenti, come tutte le altre città giapponesi. Difatti, nel cielo di Hiroshima, si vedevano sempre più sovente volare i cacciabombardieri B29. La popolazione si sentiva minacciata e per questo motivo i bambini erano stati evacuati dalla città presso i parenti in campagna, dove anche mio padre frequentava la scuola durante la settimana. Come ogni lunedì, la mattina di quel 6 agosto egli lasciò la casa dei suoi genitori in città, dove trascorreva il fine settimana, per tornare in campagna.

Ore 8.15: scoppiò la bomba. Mio padre si trovava in un’aula scolastica. Vide un violentissimo raggio di luce, seguito da un vento molto forte, dovuto allo spostamento d’aria causato dallo scoppio. Benché la scuola fosse situata in campagna, a una distanza di dieci chilometri dall’ipocentro, i vetri delle finestre si frantumarono. Alcuni bambini urlarono: “Il sole si è sdoppiato!”.

Mio padre, molto preoccupato per la sorte dei genitori, si diresse verso la
città di Hiroshima, ma fu fermato da un blocco di polizia a metà strada.

Intanto la confusione e la tensione aumentarono con l’arrivo di una colonna di camion pieni di feriti, insieme alle numerose persone che fuggivano dalla città. I feriti camminavano con la pelle bruciata e che pendeva a brandelli. Tra loro c’era anche qualcuno che si teneva in mano il bulbo oculare o madri che chiedevano l’acqua per il proprio bambino che tenevano in braccio, senza rendersi conto che era già morto.

Gli esseri umani che si trovavano a meno di cinquecento metri di distanza dall’ipocentro morirono tutti sul colpo a causa della temperatura che, al momento dello scoppio, raggiunse i tre, quattromila gradi centigradi. Dicono che i cadaveri fossero completamente carbonizzati. A Hiroshima sono tuttora conservati vari oggetti che testimoniano la tremenda temperatura, ad esempio bottiglie di vetro sciolte come se fossero dei gelati, o un’ombra umana lasciata su un muro di cemento.

Per quanto riguarda mio padre, non poté che ritornare dai suoi parenti. La sera i suoi genitori, scampati per miracolo, riuscirono a raggiungerlo.

C’erano molti sopravvissuti che cercavano rifugio. Molti tra questi, nonostante fossero apparentemente illesi, forse a causa dell’esposizione alle radiazioni, morirono uno dopo l’altro, tutti con gli stessi sintomi. Ovvero prima perdevano i capelli, poi perdevano sangue non solo dal naso e dalla bocca, ma anche dagli occhi e dalle orecchie, emanando un odore davvero insopportabile. Il fetore era dovuto alla decomposizione del corpo dall’interno, iniziato pur essendo ancora in vita e provocato dalla perdita della capacità rigenerativa dei globuli bianchi, danneggiati dalle radiazioni. Arrivati a questo punto, non rimanevano loro che poche ore prima della morte. Si presume che soltanto nei cinque mesi successivi allo scoppio della bomba siano morte centoquarantamila persone a Hiroshima.

Mio padre ritornò in città tre giorni dopo.

Quasi tutte le costruzioni erano crollate, anche la sua casa era metà distrutta e quindi inabitabile. Dappertutto si vedevano le colonne di fumo della cremazione dei cadaveri e la gente disperata in cerca dei figli o dei genitori. Mio padre cominciò a vivere in una baracca costruita da solo non lontano da dove era prima la sua casa.

Ho detto che mio padre era un Hibakusha. Lo è nel senso che possiede la tessera sanitaria di Hibakusha. Cioè gli è stato riconosciuto ufficialmente di essere stato esposto alla radiazione residua, in quanto si trovava a non più di due chilometri dall’ipocentro nei tre giorni successivi all’esplosione. E come prova gli fu richiesto di portare due testimoni.

Per fortuna mio padre sta tuttora abbastanza bene, ma ci sono molte altre persone per le quali le cose non sono andate così. Si dice che siano più di duecentocinquantamila. Molti di loro sono soggetti ad alto rischio tumorale e soffrono ancora oggi, dopo oltre sessant’anni.

Anche mia madre è nativa di Hiroshima e all’epoca aveva nove anni. Non fu esposta alle radiazioni, tuttavia perse sua madre, cioè mia nonna.

Il 6 agosto, la nonna si trovava alla stazione di Hiroshima, a un chilometro dall’ipocentro, perché stava portando il figlio, il fratellino di mia madre in ospedale. Quando esplose quel forte raggio di luce, la nonna coprì lo zio con il proprio corpo. Così la nonna morì, ma lo zio sopravvisse.

Questo genere di casi non era affatto raro per noi, i bambini di Hiroshima.

Ora, vorrei raccontarvi una storia poco conosciuta nella tragedia di Hiroshima: ci furono alcuni americani morti, non contati tra le vittime.

Una settimana prima dello sgancio della bomba atomica su Hiroshima, ci fu uno spaventoso bombardamento da parte delle flotte aeree statunitensi su una città portuale militare vicina, che si chiama Kure.

In quella occasione la contraerea giapponese abbatté qualche cacciabombardiere B29 americano e alcuni soldati americani, salvatisi col paracadute, furono fatti prigionieri. Internati in una struttura militare non lontana dall’ipocentro, subirono anche loro la bomba sganciata dalla propria patria. Due di loro, nonostante le cure dei giapponesi, morirono dopo qualche giorno, vomitando sangue e dopo grandi sofferenze. Non possiamo affermare, quindi, che le vittime siano state soltanto gli Hibakusha di Hiroshima e Nagasaki. Ci fu un’altra tragedia, dentro la tragedia.

Oltre a quei due, ci furono altri americani che sopravvissero ancora per qualche tempo dopo lo scoppio. A Hiroshima, tra le decine di migliaia di disegni prodotti grazie a un'iniziativa popolare con lo scopo di conservare e trasmettere la vivida memoria degli Hibakusha, ce ne sono alcuni che li ritraggono. Di questi ultimi, ne ho visto uno che ritraeva uno straniero biondo immobilizzato con il filo di ferro per le caviglie al parapetto di un ponte molto vicino all’ipocentro, ucciso a colpi di botte. Sembrava che non fosse morto per la bomba ma per il linciaggio da parte della gente.

“Guarda cosa ci hanno fatto i tuoi connazionali con quella bomba!”.

Era una vendetta. Hiroshima non era solo una vittima. Vorrei che vi ricordaste che tutti possono diventare sia vittime che carnefici.

Io sono nato nel 1963, diciotto anni dopo l’accaduto, in un Hiroshima nel pieno sviluppo per la ricostruzione del dopoguerra.

Erano tuttavia ancora visibili molte ferite causate dalla bomba atomica. In quegli anni, intorno al famoso monumento Hiroshima Peace Memorial Dome, c’erano ancora molte baracche, abitate dalle persone le cui case erano state distrutte dalla bomba. E dal fondo dei fiumi, dove dopo il bombardamento molte persone si buttarono in cerca d’acqua, si continuavano ancora a recuperare molte ossa umane.

Anche a scuola circa la metà della mia classe, con più di quaranta bambini, era composta da figli di Hibakusha o da chi aveva qualche Hibakusha in famiglia. Succedeva che i bambini prendessero in giro senza troppa malizia qualche compagno con problemi dermatologici, chiamandolo “Hibakusha”. 

Eppure l’atmosfera suggeriva di non toccare l’argomento per timore di aprire il vaso di Pandora, la discriminazione.

Dicono, difatti, che c’erano tante discriminazioni, tipo il fatto di evitare di sposare uno o una Hibakusha.

Dopo il 1945 ci fu un aumento nella nascita di bambini malformati o con microcefalie. Aumentarono anche i casi di leucemia e di persone affette da “Genbaku-burabura-byo”, una sindrome i cui sintomi sono la stanchezza cronica, la mancata voglia di lavorare e di tornare ai ritmi della vita quotidiana.

Ma in che misura erano diffusi questi fenomeni? Non ci sono delle statistiche disponibili. Quasi nulla è rimasto, dopo che gli occupanti americani si sono ritirati. Come forse sapete, nell’immediato dopoguerra il Giappone fu occupato dalle truppe statunitensi. Si sa che raccolsero meticolosamente i dati e svolsero indagini accurate sugli effetti provocati dalla bomba, ma quando se ne andarono portarono via tutta la documentazione con sé.

Questo ci fa sospettare che l’uso della bomba atomica su Hiroshima sia stato un esperimento su corpi umani. Non so se riuscite a capirci.

Per queste ragioni molti a Hiroshima e Nagasaki finirono per accumulare dentro di sé una specie di cupezza, qualcosa di difficile da scacciare via.

Anche nel mio caso, essendo stato un bambino di salute cagionevole, per ogni cosa che non andava bene si dava la colpa a mio padre, in quanto Hibakusha. Il fatto che avessi l’anemia, l’orticaria e perfino il sonno leggero erano tutte colpe attribuite a mio padre. Non c’è, in realtà, una prova scientificamente accertata del nesso. Ma ci si trascinava sempre un’angoscia assai opprimente, che non mi faceva sentire sereno. Tale situazione continuò fino alla nascita dei miei figli, perché si diceva che gli effetti negativi della radiazione potevano essere trasmessi geneticamente, benché tuttora non si sappia se sia vero. 

Sono stato sposato: la mia ex moglie soleva dirmi che non avevo gioito affatto quando mi aveva comunicato la sua gravidanza.

I miei figli sono nati sani e godono di buona salute. Ma anche se fossero nati con problemi, credo che la mia ex moglie si sarebbe sentita ugualmente felice. Io invece? Sarei stato contento lo stesso? Se scrutassi a fondo i miei sentimenti, scoprirei che anche in me ci sono dei pregiudizi.

Agli effetti terrificanti delle radiazioni si potrebbe aggiungere anche questo fattore psicologico dell’ansia e della discriminazione. È davvero difficile stabilire gli effetti delle radiazioni, perché non sono sempre tangibili.

Mi è capitato di intervistare un dottore che aveva visitato più di diecimila pazienti tra gli Hibakusha e i loro figli. Si chiama Shuntaro Hida, un medico che fu vittima lui stesso della radiazione del 6 agosto 1945.

Sono andato dal dottor Hida per accompagnare una persona che desiderava ad ogni costo essere visitata. Il suo nome è Gerard Matthew, ex soldato statunitense inviato in Iraq durante l’ultima guerra. Nel 2003, appena scoppiata la guerra, fece servizio nell’Iraq meridionale come autista di camion. Ma poco dopo cominciò ad accusare dei malesseri come mal di testa, gonfiore e stanchezza fisica a tal punto da dover essere rimpatriato in anticipo. E anche dopo il rientro, continuava a star male. Un anno più tardi gli nacque una figlia, di nome Vittoria, una bambina molto carina con degli occhi stupendi e grandi, ma senza le dita della mano destra.

Gerard Matthew ci mise un bel po’ di tempo prima di riuscire a collegare la propria malattia con la malformazione della figlia, finché non venne a conoscenza dell’esistenza dei proiettili all’uranio impoverito. Negli Stati Uniti non ci sono cure per la sua malattia né aiuti per tranquillizzare la famiglia. Li ha trovati soltanto in Giappone, dove la sua patria, gli Stati Uniti d’America, aveva sganciato la bomba atomica oltre sessant’anni prima! Se questa non è ironia della sorte, che cosa è?

Il dottor Hida, visitando il signor Matthew, ha detto:
“Stai male per l’effetto delle radiazioni, non c’è dubbio”.

In quell’istante, si potrebbe dire, Hiroshima, gli Stati Uniti e l’Iraq erano per la prima volta collegati, con un filo diretto che si chiama “radioattività”.

Il dottor Hida ripete che non esiste una cura vera e propria per guarire chi ha subito le radiazioni e soprattutto ci sono troppe cose di cui ancora non sappiamo riguardo all’esposizione che avviene all’interno del corpo. Si vede che anche la scienza medica contemporanea ha i suoi limiti.

Il dottor Hida non poté che offrire a Matthew le conoscenze della medicina orientale per alleviare i sintomi comparsi.

Alla fine della visita, il dottore disse a Matthew:
“Molti degli Hibakusha sono morti di tumore, per questo anche tu sei un soggetto a rischio”.

Doveva essere una sentenza shock per Matthew, ma dopo la visita mi espresse tutta la sua soddisfazione. Aveva infatti un’espressione molto serena sulla faccia, come se tutti i suoi tormenti fossero spariti.

E anche io, che stavo filmando con la telecamera in mano rivolta verso di
lui, sentendo le sue parole provai una specie di catarsi. Probabilmente ero nello stesso stato d’animo di Matthew. Mi disse “È impagabile il fatto di aver potuto incontrare una persona che, finalmente, mi abbia detto la verità. Sono contento di aver potuto scoprire la verità”.

“L’Iraq è come Hiroshima”.

È una frase pronunciata da alcune persone che vissero il 1945 di Hiroshima, e che accompagnai in Iraq nel 2002.

A Bassora, nell’Iraq meridionale, c’è un posto chiamato “Cimitero dei bambini”.

Nella zona meridionale, vicino al confine col Kuwait dove ci furono i combattimenti durante la prima guerra in Iraq, a partire dal 1991 si è visto un aumento di quindici o sedici volte dei casi di tumore e leucemia.

Negli ospedali di Bassora ci sono tanti bambini e neonati senza il cervello, gli occhi oppure con gli arti deformati. Prima della guerra le mamme si chiedevano se avessero partorito un maschio o una femmina, ma ora la prima domanda che rivolgono è: “ È sano?”.

“Il cimitero dei bambini” è sorto in un luogo dove prima c'era un parco giochi, perché non si sapeva dove altro poterli seppellire, dato che morivano uno dopo l’altro a causa delle loro difese immunitarie più fragili rispetto a quelle degli adulti. È una vista a dir poco desolante, con un infinito numero di piccole lapidi in continuo aumento. Ho pensato: “Dopo sessant’anni, ecco, abbiamo un’altra terra di Hibakusha dato che molto probabilmente la causa di questi decessi si trova nell’uso dei proiettili all’uranio impoverito.

Nel deserto, distante alcuni chilometri dal centro abitato, c’è invece un luogo chiamato “Il cimitero dei carri armati”. Fu uno dei campi di battaglia durante la prima guerra in Iraq. Tutti i carri armati sono perforati, con buchi di cinque o sei centimetri di diametro, creati dai proiettili all’uranio impoverito. Se avviciniamo un contatore Geiger, sentiamo subito un forte sibilo.

Il proiettile all’uranio impoverito è “un’arma eccezionale” per gli americani, perché riesce a penetrare perfino la corazza molto spessa di un carro armato. Ma l’uranio impoverito, quando penetra nell’obiettivo, si infiamma e si polverizza in particelle molto sottili. Queste particelle, sparse nell’aria, vengono poi inalate dall’uomo, oppure cadono per terra e inquinano l’acqua o, ancora, entrano nella catena alimentare attraverso la coltivazione e infine quindi nel corpo umano. Così possono finire per danneggiare anche il DNA del feto nell’utero.

La stessa storia si è ripetuta anche durante la seconda guerra in Iraq del 2003.

Ma questa volta l’uranio impoverito è stato usato non soltanto a Bassora, nell’Iraq meridionale, bensì nelle zone di Bagdad e anche a Nassiriya, dove sono state inviate le truppe italiane.

Non posso negare la forte preoccupazione che “il cimitero dei bambini” si allarghi ancora di più e che possano sorgere altri cimiteri di bambini ovunque in Iraq. Si calcola che per dimezzare le radiazioni dell’uranio impoverito occorrono quattro miliardi e cinquecento milioni di anni.

Si dice che il Giappone sia l’unico Paese al mondo ad aver subito la bomba atomica, ma questo non è vero. Bisogna aggiungere alla lista anche il Kosovo e l’Afghanistan.

Se vogliamo parlare soltanto dell’Iraq, il Giappone vi ha pure inviato delle truppe armate. Proprio il Paese che potrebbe e dovrebbe aiutare la gente irachena, facendo valere la propria conoscenza diretta dell’orrore della radioattività! Mi vergogno davvero del mio Paese.

In una lapide vicino all’ipocentro di Hiroshima è incisa una frase carica di speranza per la pace: “Non ripeteremo mai più l’errore”.

Ma in realtà? Il Giappone collabora con gli Stati Uniti, gli stessi che sganciarono le bombe atomiche e sparano i proiettili all’uranio impoverito. E, come se non gli bastasse l’esperienza di unico Paese di Hibakusha, si espone di nuovo al rischio delle radiazioni nella terra irachena contaminata dall’uranio impoverito. Questo non è tragico, è  tragicomico.

Eppure una speranza c’è.

Il signor Matthew, ex soldato statunitense di cui vi ho raccontato prima, si trovava a Hiroshima, proprio il 2 e il 3 novembre di un anno fa. Di fronte al Peace Memorial Dome disse:
“Vorrei chiedere scusa alla popolazione di Hiroshima per il grave crimine commesso dal nostro Paese. Imploro il vostro perdono”.

Non avevo mai incontrato un americano simile. Tutti gli americani con cui ho avuto occasione di parlare davano sempre la stessa risposta: “Era inevitabile per terminare il conflitto, per non fare altre vittime”. Cioè, per loro, la bomba atomica fu necessaria.

Perciò credevo che tutti gli americani la pensassero nello stesso modo. Ma Matthew mi ha aperto gli occhi, mi ha mostrato che avevo dei pregiudizi. E oggi trovo normale il suo modo di pensare e di sentire, e credo che esso non appartenga soltanto a una minoranza di persone. Anzi, penso che gran parte dell’umanità sia come Matthew.

C’è quindi la speranza. È proprio la speranza che mi spinge a tornare in Iraq e per questo mi sto preparando per il prossimo viaggio. Grazie.

 

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DA HIROSHIMA ALL'IRAQ E POI AL GIAPPONE

di Naomi TOYODA

 

Il 6 agosto di quest’anno (2006) si sono compiuti 61 anni dallo sgancio della bomba su Hiroshima.

Mi trovavo in questa città anch’io, per partecipare al congresso internazionale dell’ICBUW, una coalizione di più Paesi che mira all’abolizione dei proiettili all’uranio impoverito. Io ho fatto un resoconto della situazione in Iraq, su cui raccolgo informazioni dal ’99, in particolare di quanto effettivamente sia inquinante l’uranio impoverito, dell'aumento dei casi di tumori e leucemie, dovuti probabilmente alla tossicità chimica dei metalli pesanti e alle radiazioni dell’uranio.

Per me si è trattato inoltre di un resoconto del percorso che, partito da Hiroshima, lì ha fatto anche ritorno.

 

Da Hiroshima un appello a “caratteri umani” contro l’uso dell’uranio impoverito

Il 2 marzo 2003, ovvero poco prima dello scoppio della guerra in Iraq, che è tuttora in corso, io stavo sorvolando a bordo di un piccolo aereo il limpido cielo di Hiroshima. Immaginavo la città che quasi 60 anni prima si era dileguata nell’istante in cui è esplosa la bomba atomica, ed è diventata nelle lingue di tutto il mondo la “terra bruciata” per antonomasia.

Ma proprio lì si estendeva un’area piena di palazzi nuovissimi e nella piazza esattamente sotto di me, si erano raccolte 6000 persone, disposte in modo da formare lo slogan “NO WAR NO DU!” (No alla guerra! No all’uranio impoverito!).
Le foto che ho scattato quel giorno dall’aereo hanno fatto subito il giro di tutto il mondo attraverso i media.

“Da Hiroshima il nostro no alla guerra in Iraq. No all’uso dei proiettili all’uranio impoverito!”.

Questo nostro messaggio di pace da Hiroshima ha fatto sentire il proprio peso a tal punto, che nemmeno il governo statunitense ha potuto ignorarlo. Il Dipartimento di Stato americano ha provato a ribattere dicendo: “Avete distribuito delle foto sconvolgenti sull’Iraq, che ritraggono dei bambini con delle anomalie congenite, sostenendo che la causa sia l’uranio impoverito. Si tratta di una propaganda che porta a questo tipo di movimenti politici due vantaggi. Il primo è che le persone comuni, ricordando la paura legata alla parola “uranio”, coglieranno con relativa facilità l’insistenza di questa menzogna. Il secondo è che la rete internazionale degli attivisti contro il nucleare porta avanti la propria campagna contro l’uranio impoverito, e l’Iraq è riuscito a sfruttare queste organizzazioni…”. In altre parole, l’uranio impoverito non sarebbe pericoloso e a sostenere il contrario non sarebbe altro che il governo iracheno (all’epoca era al potere il partito Ba’ath).

Ma era vero quanto diceva il governo statunitense?

E aveva ragione anche il governo giapponese, che sosteneva l’innocuità dell’uranio impoverito, basandosi soltanto sulle prove fornite da questa dichiarazione “ufficiale” di Washington? È stata di nuovo Hiroshima a darci le indicazioni per scoprire la verità.

“Hiroshima” è diventata una parola conosciuta in tutto il mondo, e perciò noi giapponesi ce ne serviamo al fine di lanciare al mondo il nostro messaggio per la messa al bando degli armamenti nucleari, proprio in nome di quel Giappone “unico Paese al mondo colpito dalla bomba atomica”. Ma io ho personalmente qualche esitazione a farlo, e ve ne spiego il perché.

Per farvi un esempio, che cosa si potrebbe pensare di un personaggio giapponese che nel 1944, un anno prima che venisse sganciata la bomba su Hiroshima, scrisse profeticamente un romanzo intitolato “San Furanshisuko keshitobu (La scomparsa di San Francisco)”?

Lo scrittore di fantascienza Masaru Tachikawa, pubblicò sulla rivista «Shinseinen (Nuova giovinezza)» la storia di alcuni professori dell’Università Imperiale di Taipei, all’epoca colonia giapponese, che scoprirono l’energia atomica e l’applicarono. Questo permise all’esercito giapponese di creare una bomba atomica che, attraversato il Pacifico, fu sganciata da un cacciabombardiere su San Francisco, spazzando via così in un istante l’intera città.

Ci si potrebbe certamente ridere sopra, come si fa per una storiella di fantascienza, eppure quando lo lessi, rimasi sorpreso anch’io del fatto che il termine “bomba atomica” fosse già sulla carta stampata e circolasse in Giappone addirittura un anno prima che cadesse su Hiroshima il “nuovo tipo di bomba”.

Ma il mio stupore non si fermò qui, perché non si poteva affermare che questo romanzo fosse il prodotto di un’ossessione fantastica di un singolo autore. Quando, nel 1944, Masaru Tachikawa scrisse il racconto sull’esplosione atomica, sia l’esercito che la marina, stavano proprio realizzando una “bomba all’uranio” e una “bomba atomica”.

L’esercito chiese di portare avanti le ricerche al laboratorio del Prof. Nishina del National Science Research Institute (Riken) di Tokyo, mentre la marina le affidò al laboratorio del Prof. Arakatsu dell’Università imperiale di Kyoto. A entrambi venne offerto un cospicuo finanziamento e le materie prime, incluso l’uranio e degli strumenti, il tutto altrimenti molto difficile da reperire.

Non meno stupefacente per me era che i primi due vincitori giapponesi del premio Nobel, il Dott. Hideki Yukawa e il dottor Shin’ichiro Tomonaga, facevano parte di queste équipe di ricerca, ovvero il primo del laboratorio del Prof. Arakatsu e il secondo di quello del Prof. Nishina. E proprio loro, nel dopoguerra, finirono addirittura per diventare i protagonisti del movimento per la pace. Se mettiamo assieme il fatto che il Giappone sarebbe potuto diventare il primo Paese al mondo a produrre un’arma atomica, e il libro “La scomparsa di San Francisco”, non possiamo negare che potevamo diventare “l’unico Paese ad aver usato la bomba atomica” anziché “l’unico Paese colpito dalla bomba atomica”.

Il fatto di vivere ancor oggi nell’illusione che il Giappone non abbia mai avuto a che fare con lo sviluppo delle armi nucleari, è frutto della mistificazione della storia della guerra, che continuiamo a subire. Io sento che le cose stanno così, e non sono l’unico ad avere questa sensazione.

Proprio per questo, penso che noi giapponesi non possiamo rimanere arroccati a Hiroshima e Nagasaki come se fossero dei “luoghi sacri del movimento contro il nucleare”. Abbiamo bisogno, invece, di cercare di trasformarli in dei veri “luoghi sacri”, senza dimenticare quanto è veramente successo in passato, quanto sta succedendo ora, ma guardando anche al futuro.

Allora, come bisogna porci di fronte all’invio da parte del governo giapponese delle nostre truppe di autodifesa a Samawa? Tenendo conto della situazione che vi ho esposto finora, come dobbiamo interpretare la presa di posizione del nostro governo, secondo cui “l’uranio impoverito non è pericoloso”?

 

Zone urbane interamente colpite dai proiettili all’uranio impoverito sparati dalle forze statunitensi

Io ero entrato in Iraq per fare un servizio giornalistico proprio quando ci fu l’incursione dell’esercito anglo-americano, il 20 marzo 2003. Il pomeriggio dell’8 aprile, sentii uno strano rumore di velivoli e uscii nella veranda del quattordicesimo piano dell’hotel in cui mi trovavo. In quel momento vidi sopra la mia testa degli aerei, che stavano volteggiando a croce greca, sparare dei colpi di cannone, gettando una fiammata dal muso. Erano dei cacciabombardieri americani A10, i cui cannoni Vulcan sono usati com’è noto per sparare proiettili all’uranio impoverito. Corsi nella mia stanza a prendere la videocamera per filmarli. Guardavo attraverso il mirino questi A10, che avevano una palla di fuoco sulla coda per evitare di essere colpiti dai missili antiaerei. Alternavano gli attacchi con i cannoni, ai volteggi, sollevando ogni volta una scia di fumo e fuoco di color arancione dal Ministero dell’Informazione, un palazzo di quattordici o quindici piani.

Il giorno dopo, quando andai a fare delle misurazioni con il Geiger (misuratore dei raggi gamma) in quell’edificio, ebbi conferma dei miei dubbi. I bossoli dei proiettili all’uranio impoverito da 30 millimetri, erano sparsi dovunque, e il contatore Geiger emetteva un suono d’allarme, indicando con l’ago un livello di radiazioni pari a circa 3 microsievert. Si trattava, per fare un paragone, di un livello di radioattività cinquanta o sessanta volte maggiore di quello che si misura a Tokyo. Le forze statunitensi disseminarono proiettili all’uranio impoverito nel cuore della città di Bagdad.

In realtà, già più di dieci giorni prima che io filmassi questa scena, il generale Brooks del comando centrale delle forze statunitensi, ammise in una conferenza stampa, l’uso dei proiettili all’uranio impoverito, nonostante affermasse che si trattava di una quantità quasi nulla. Questa notizia fu riportata anche dai quotidiani e dalla televisione giapponese.

Eppure, nel giugno scorso (2006), in un interrogatorio parlamentare, l’allora ministro degli affari esteri Kawaguchi, rispose che “per quanto ne sappia, non è stato accertato l’uso da parte dell’esercito statunitense, di proiettili all’uranio impoverito”, nonostante la Kyodo News Service riportasse le parole del generale Brooks secondo cui “le armi che stiamo utilizzando noi sono sicure in quanto usate per la guerra, quindi il pericolo di cui si temeva in passato, è inesistente”.

Naturalmente l’innocuità di cui parla il generale Brooks è una menzogna. In realtà, le forze armate statunitensi parlavano della loro pericolosità nel manuale d’uso dei proiettili all’uranio impoverito per i soldati. Poi però si decise di non distribuirlo. E si dice che sia stata proprio la mancanza di questa informazione a causare la “Sindrome della Guerra del Golfo”, che colpì i soldati statunitensi di ritorno dalle zone in cui erano stati sparati i proiettili all’uranio impoverito.

 

Il possesso di uranio impoverito è illegale in Giappone

La cosa importante però, è che senza aspettare un’“inchiesta” da parte ad esempio di un altro Paese, l’ordinamento giapponese sulle norme riguardanti il nucleare – la cosiddetta legge sulle materie prime, i combustibili e i reattori nucleari – dice chiaramente che possedere anche solo 300 grammi di uranio impoverito senza dichiararlo, è illegale.

Questi 300 grammi di uranio impoverito equivalgono a poco più della quantità di materiale contenuto in un solo proiettile da 30 millimetri delle mitragliatrici usate dall’esercito statunitense, che ha ammesso di averne sparati un milione durante la sola Guerra del Golfo. I cannoni Vulcan dell’A10 che vidi io durante l’ultima guerra in Iraq, ne sparavano 65 al secondo. Immaginiamo se fosse successo in Giappone: l’arresto sarebbe scattato nel giro di 0,02 secondi!

Se tuttavia i proiettili all’uranio impoverito fossero veramente “sicuri”, come sostiene il Ministro Kawaguchi, non si riuscirebbe più a spiegare perché tutti i militari del Corpo di Autodifesa inviati a Samawa avessero dovuto portare con sé un contatore Geiger.

Anche Ishiba, ex direttore generale dell'Agenzia della Difesa (ora promosso al Ministero) durante il governo Koizumi, dichiarò al Parlamento che le truppe erano dotate di contatori Geiger sia individuali che per le varie divisioni. L’uso di questi strumenti è previsto nel caso in cui ci siano sostanze non presenti in natura (N.B. raggi gamma), o nel caso in cui l’accumulo di queste sostanze superi il livello consentito”. Un’affermazione che lo fece cadere in contraddizione, ma non se ne curò minimamente.

 

L’Agenzia della Difesa inganna i militari del Corpo di Autodifesa

La cosa ancora più grave è che il contatore Geiger che l’ex Direttore Ishiba fece portare con sé a ogni militare, non serviva a nulla.

Infatti, si dice che, a contatto con il bersaglio, un proiettile all’uranio impoverito si frantumi disperdendosi sotto forma di particelle dell’ordine di grandezza di un nanometro (un miliardesimo di metro), ovvero più sottili del fumo di una sigaretta. Queste particelle d’uranio impoverito possono entrare nel corpo umano attraverso l’inalazione e l’ingestione e continuano a emettere raggi alfa, beta e gamma anche all’interno del corpo.

È vero che basta un foglio di carta per fermare i raggi alfa, ma una volta entrati nel corpo, vanno direttamente a colpire le cellule. Questa si chiama “esposizione interna alla radioattività” ed è stata riconosciuta anche nel verdetto della “richiesta collettiva per attestare le malattie dovute a radiazioni atomiche”, che portano avanti tuttora gli Hibakusha di Hiroshima e Nagasaki. Poiché si tratta di metallo pesante, bisogna considerarne anche la tossicità chimica.

Il problema è che queste nanoparticelle d’uranio impoverito, dannose per la salute, non possono essere rilevate da un contatore normale. Questo vale sia per il contatore Geiger in dotazione ai militari giapponesi, che per quello che uso io, perché entrambi servono a rilevare i raggi gamma in generale.

Ma, per quanto mi riguarda, io faccio le misurazioni nei fori dei carri armati e dei cannoni, che si dice siano stati centrati direttamente da dei proiettili all’uranio impoverito. È grazie al fatto che l’uranio aderisce a questi mezzi, che riesco a fare le misurazioni, in base alle quali poi posso confermare l’uso stesso da parte delle forze armate statunitensi, di proiettili all’uranio impoverito.

In conclusione, con questi contatori non si possono rilevare le radiazioni di uranio impoverito presenti nell’aria sotto forma di nanoparticelle. Anche sul petto del militare che intervistai a Samawa nel marzo del 2004, era appeso un contatore. Egli mi disse in effetti che il suo contatore non dava segni d’allarme. È naturale. Se avesse segnalato qualche anomalia, significava che il pericolo era enorme, come se fosse entrato nel reattore danneggiato numero 4 di Chernobyl senza alcuna protezione.

In altre parole, il governo giapponese ingannava perfino i propri soldati inviati in Iraq, facendo loro credere di essere al sicuro. Questo perché stava crescendo in tutto il Paese l'interesse per il problema dell'uranio impoverito. Nella città di Asahikawa, in Hokkaido, da dove era partita la prima divisione della missione in Iraq, è stato il sindaco in persona a chiedere a Koizumi, il primo ministro di allora, di affrontare seriamente la questione per tranquillizzare i militari e le loro famiglie. E la risposta del premier, il 10 settembre 2004, fu la seguente: “Per i membri delle truppe inviate in Iraq nella missione di ricostruzione, al loro rientro è previsto un normale controllo sanitario, e riteniamo che questo sia sufficiente e che non occorrano altri accertamenti del tipo di analisi sulle tracce di uranio impoverito nelle urine”.

Purtroppo, questa è la realtà del Giappone, “l'unico Paese colpito della bomba atomica”, che si serve di Hiroshima solo come di uno strumento di comodo.

 

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MESSAGGIO DEL SINDACO DI HIROSHIMA

 

Questo è un messaggio alla cittadinanza di Modena, che mando in nome
di Hiroshima, la terra che subì il bombardamento nucleare.

Sessantuno anni fa la bomba atomica sganciata su Hiroshima distrusse la nostra città in un solo istante, per l’effetto combinato del raggio termico, dello spostamento d’aria causato dall’esplosione, e delle radiazioni, provocando così “la fine di questo mondo”.

La situazione subito dopo il bombardamento fu assolutamente indescrivibile, un vero e proprio inferno.

E, ancor oggi, dopo più di mezzo secolo, sono molti gli Hibakusha, i “sopravvissuti all’esplosione atomica” che continuano a soffrire dei disturbi fisici causati dalla bomba.

Malgrado le loro esperienze infernali, gli Hibakusha non hanno però scelto la via della rappresaglia, hanno invece continuato a proporre con forza un nuovo modello di rapporti tra gli Stati.

Cioè, anziché concepire gli uomini come un insieme di individui in contrapposizione tra loro, o vedere la comunità internazionale come un accumularsi di rapporti conflittuali e ostili, la considerano come una famiglia, una cosa sola, e propongono una nuova visione del mondo rivolta all’intera umanità, che si basa sull’idea della conciliazione.

Ma, qual è il punto di partenza di questi Hibakusha? È incredibilmente semplice.

La frase che più comunemente si sente loro pronunciare è "voglio che nessuno mai più viva quello che ho vissuto io”.

Vuol dire che nessun essere umano merita una tale sofferenza, nessuno deve soffrire così.

In questo “nessuno”, è incluso anche, ad esempio, il presidente degli Stati Uniti Truman, che ordinò di usare la bomba atomica.

Sono inclusi perfino gli scienziati che hanno inventato questa bomba, e i militari statunitensi che l’hanno materialmente sganciata. Questo è il punto più importante.

Gli Hibakusha hanno continuato a lanciare in tutto il mondo questo messaggio di riconciliazione.

Se si pensa al fatto che questo messaggio ha persuaso tante persone, ci si potrebbe forse addirittura augurare che sia il loro nuovo modo di ragionare a diventare la forza trainante del ventunesimo secolo.

Eppure, a dispetto della tenue speranza degli Hibakusha, in tante parti del mondo non si riesce a spezzare la spirale dell’odio, della violenza e delle rappresaglie. Così il Pianeta Terra rimane pieno di armi nucleari che, ora, rischiano addirittura di essere usate.

Per far fronte a questa situazione, il Comune di Hiroshima promuove la campagna chiamata “Sindaci per la pace”, di cui fanno parte, oggi, millequattrocetotrenta città del mondo. E, in collaborazione con le città, le organizzazioni non governative e i cittadini, stiamo portando avanti la campagna “2020 Vision”, che mira al totale disarmo nucleare entro il 2020.

Per attuare il totale disarmo nucleare è fondamentale sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale.

Già la maggioranza dei paesi e dei popoli del mondo è d’accordo sull’ abolizione
totale delle armi nucleari. Ora, c’è bisogno di rendere questa voce ancora più forte e chiara, preparando il terreno per farla sentire ai leader della politica mondiale.

A dieci anni da quando la Corte Internazionale di Giustizia giudicò con una sentenza illegittimi la minaccia e l’uso delle armi nucleari, come “Sindaci per la pace”, rilanciamo quest’anno la campagna “2020 Vision”, che intende chiedere ai Paesi in possesso di armi nucleari, di sedersi al tavolo delle trattative per il disarmo nucleare, al fine di assumersi le proprie doverose responsabilità.

Il futuro dell’umanità dipende da ognuno di noi cittadini che viviamo su questo Pianeta Terra.

Da questo punto di vista, ritengo davvero significativa l’iniziativa della città di Modena, che ha organizzato l’incontro di stasera e il convegno scientifico di domani. Desidero esprimere la mia più sincera gratitudine, e tutta la mia stima nei Vostri confronti.

Spero con tutto il cuore che, anche in futuro potremo unire le nostre forze e che riusciate a fare del vostro meglio per realizzare la totale abolizione delle armi nucleari e mantenere per sempre la pace nel mondo.

Augurando a tutti Voi ogni bene e un grande successo per l’incontro di stasera e il convegno di domani, Vi porgo i miei più cordiali saluti,

5 novembre 2006

il Sindaco di Hiroshima AKIBA Tadatoshi

 

 

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collana Germoglio n. 3
traduzione dal giapponese di Alessia Cerantola, Yukari Saito
redazione Gerard Blaylock

 

 

Note:

http://www.nodu-hiroshima.org/en/
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  • Stefania Divertito, Hitoshi Shimizu, Naomi Toyoda, Tadatoshi Akiba, Gerry Blaylock, Yukari Saito, - Fonte: Germoglio n. 3

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